• Sala Rossa del Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco”
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18 NOVEMBRE 2021

Sala Rossa del Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco”
dalle 15:00 alle 17:00

Abstract

Il problema fondamentale dei nostri tempi è allontanare la paura sociale legata alla perdita di lavoro e promuovere uno sviluppo rispettoso dell’ambiente. In entrambi i casi non occorre meno tecnologia (luddismo e decrescita) ma più tecnologia, accompagnata da una ridistribuzione del plusvalore che gli umani generano sulle piattaforme. Il punto di partenza (crisi sociale e ambientale) è chiaro, così come quello di arrivo, un Webfare che riproponga il Welfare State nell’epoca del Web.

I passaggi intermedi vanno messi in chiaro attraverso una collaborazione tra umanisti e tecnologi non su idee generali, bensì punti circoscritti.

RICONOSCIMENTO. Gli umani sono produttori di valore sul web attraverso i loro consumi e comportamenti, che generano profitti pubblicitari, vantaggi distributivi e incrementi di automazione grazie alla intelligenza artificiale come registrazione della forma di vita umana.

MISURAZIONE. Come si misura il valore che gli umani producono sul web? Certo non dai bilanci delle piattaforme, abilissime a nascondere i profitti. Ma nemmeno sulla base di intuizioni vaghe e sempre contestabili. Come si sono fatte app per misurare i bioritmi occorre elaborare delle app che misurino il valore prodotto dagli umani.

TASSAZIONE. Bisogna riconoscere il plusvalore di cui godono le piattaforme, fabbriche che non pagano i loro operai, e che diversamente dai loro operai (che non si lamentano perché per fortuna non faticano e non si annoiano, il che però gli impedisce di vedere il problema) diventano proprietarie dei dati, e hanno gli strumenti per confrontarli, capitalizzarli, finalizzarli, rivenderli.

RIDISTRIBUZIONE. Bisogna capire quali sono le vie per ridistribuire nel territorio i profitti di una tassazione europea del plusvalore delle piattaforme. Considerando che non deve trattarsi né di una distribuzione a pioggia, né di un reddito di cittadinanza, ma piuttosto dell’inserimento dei cittadini che perdono il lavoro in un ciclo virtuoso di socializzazione.

 

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